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  • Federica Di Franco

Non preoccuparti se il mondo finirà oggi. È già domani in Australia.

L’Australia è la sesta nazione più grande del mondo e la sua isola più estesa.

È l’unica isola a essere anche un continente, e l’unico continente a essere anche una nazione.

E aggiungo che è un’utopia visitarla tutta, ma con il mio viaggio recente ho potuto coglierne l’essenza fatta di città vivibili, territori immensi e fauna endemica.

E’ importante ricordare che considerata l’estensione, si attraversano climi e varietà biotiche diversissime e che l’aereo è il mezzo migliore e più utilizzato per vedere al meglio il vasto continente australiano. Le città più note hanno un clima tendenzialmente opposto a quello europeo, il mio viaggio è iniziato ad ottobre, la primavera degli stati dell’Australia meridionale.


Sono partita carica di aspettative e per quanto conoscessi la destinazione come professionista (agentessa come mi piace definirmi), la mia idea fanciullesca di questo Paese era legata ai koala e ai canguri (pardon, Bianca e Bernie nella terra dei canguri era il mio cartone preferito, mi avrà segnato un po’ troppo!).

Eppure ciò che maggiormente mi ha colpito è stato altro, sì sì lo so, volete sapere se li ho visti.

Un attimo di pazienza.


Prima tappa: Adelaide e Kangaroo Island

Quanti ristoranti italiani, che carina, ordinata, i vigneti! Le primissime impressioni, ma andiamo con ordine.

Tra il 1947 e il 1976 l’incertezza politica italiana e una politica australiana basata sull’aumento della popolazione per il futuro del paese hanno spinto molti Italiani a trasferirsi nelle città di Melbourne, Sydney e Adelaide dove c’era ampia richiesta di manodopera agricola. Ad oggi le seconde e terze generazioni hanno investito in bar e ristoranti molto apprezzati dai locali. I campi e i vigneti sono stati terreni fertili per i contadini e poi imprenditori italo-australiani e questa ‘aura’ italiana si sente.

Passeggiando curiosamente per Adelaide spiccano, la zona universitaria, il delizioso ‘Central Market’ (il foro di tutte le città australiane, più avanti approfondirò) e l’Adelaide Arcade: storica galleria commerciale di epoca novecentesca i cui negozi rispettano tuttora lo stile vintage.

La città è principalmente punto di partenza per escursioni interessanti dello stato dell’Australia meridionale, dai wine tasting della Barossa Valley fino a Hahndorf, antico villaggio tedesco con caratteristici cottage. Tuttavia la regina delle escursioni in partenza da Adelaide è la selvaggia Kangaroo Island.


Sveglia all’alba, zaino in spalla e fame di natura sono ciò che vi occorre per scoprire l’isola. E’ quasi totalmente coperta da parchi nazionali e aree protette e la fauna la fa da padrona: aquile, opossum, leoni marini e naturalmente wallaby, canguri e koala. La nostra guida ci ha assicurato che per quanto in Australia i canguri siano il doppio della popolazione, non è semplice avvistarli perché sono animali prettamente notturni. Siamo stati fortunati, di primo mattino, a pochi minuti dall’approdo eccone una paio saltellare tra le foglie, evviva!


Profumo di eucalipto e dolcezza infinita, in un parco dagli alberi straripanti di foglie intravediamo uno, due, tre…tantissimi Koala!!! Un cucciolo su un ramo che gioca con la madre e un altro, adulto, che lascia un albero per raggiungerne un altro. Lento e goffo, sembra un peluche. La guida ci informa che sono animali mansueti e dediti al sonno, dormono fino a 18 ore. La vita che vorrei.


A Seal Bay, nella sua vastità a perdita d’occhio, eccoli i leoni marini. Mentre li guardi incuriosito ti senti un ospite e in quanto tale avverti l’obbligo morale di tacere e di giungere sulla spiaggia in punta di piedi. Il senso della natura e del suo rispetto. Ancestrali e imponenti si scagliano modellate dai secoli le Remarkable Rocks e l’Admirals Arch, formazioni rocciose protagoniste della visita successiva, il Flinders Chase National Park. La giornata ventilata e il mare che violentemente si infrange sulla costa ha reso la visita di Kangaroo Island ancor più wild. Tutto molto bello, peccato per la febbre del giorno, puntuale, ad ogni viaggio. Ma sono in Australia, davvero può fermarmi un po’ di febbre? Tè caldo e zenzero e sono prontissima per nuove avventure!

Seconda tappa: Melbourne

Una delle città più vivibili al mondo, rientra sistematicamente ai vertici nelle classifiche internazionali e si avverte subito un’aria frizzante, giovane, piacevole. Melbourne mi sorprenderà, lo sento. Arrivo nel mio delizioso hotel che mi accoglie con caramelle gommose cosparse di cioccolato bianco, che dolcissimo benvenuto. E’ ubicato in posizione strategica, nelle immediate vicinanze del Queen Victoria Market (per i locali Vic Market), il più grande mercato all'aria aperta dell'emisfero meridionale intorno al quale si sviluppa la città. Ottimo indirizzo per assaggiare specialità locali spendendo poco. Cerco un chiosco per acquistare i biglietti del tram, la metropolitana di Melbourne e faccio una sorprendente scoperta: è gratis. Ma... come... in che senso… è il City Circle Tram, elegante, rosso e GRATUITO. WOW! E’ dal 2015 che a Melbourne è in vigore la ‘Free Tram Zone’ lanciata per incentivare il trasporto pubblico e rendere più semplice la visita dei turisti. Città di mare, universitaria, multietnica, a misura d’uomo. Passeggio tra i suoi larghi viali incantata dal benessere che mi trasmette questo centro urbano dall’altra parte del (mio) mondo. Scopro con stupore che la nuova moda a Melbourne, giovane e aperta al nuovo, è lo Spritz. Sorseggiare il nuovo aperitivo alla moda? Nei rooftop bar naturalmente, ascoltando musica e godendosi il panorama della città. Chiedo in hotel un ristorante tipico e oltre ai nomi mi viene richiesto un orario. 20.30 rispondo. Ehm, le cucine chiudono alle 21, sarebbe meglio anticipare. E così scopro una abitudine diffusa in tutta l’Australia: i negozi chiudono alle 17, con il caldo si va al mare, alle 19 cena e dopo Spritz al fresco. La mia cena è stata buona (asiatica) e lo Spritz una chicca inaspettata. Mi sono chiesta: qual è il piatto tipico da queste parti? Un abitante mi ha risposto: la parmigiana! Sarà una tradizione culinaria di origine italiana, invece no, è tutt’altra cosa. L’ho assaggiata da brava curiosona cronica. E’ una cotoletta con formaggio e pomodoro. Non storcete il naso, lo so. Buona è buona, ma forse con un altro nome l’avrei gustata di più.


La mia seconda tappa nella seconda città dell’Australia mi ha regalato altri momenti indelebili. Relax nei Royal Botanic Gardens, tra siepi verdeggianti, sole caldo, papere, tè e persone di tutte le età che si godono il polmone della città. Sorpresa nella zona delle spiagge. A pochissima distanza dall’area urbana (circa 20 minuti) si staglia la spiaggia di Brighton Beach e nella porzione denominata Dendy Street Beach, spicca una macchia di colori. Sono le celeberrime "bathing boxes". Sono 80 cabine di epoca vittoriana, utilizzate dai bagnanti per cambiarsi in totale privacy. Sorprende la lunga fila di colori accesi e tra tutti la cabina blu e rossa con i simboli della bandiera australiana. Macchina fotografica necessaria per immortalare uno degli spot più famosi di Melbourne. Icone della trendy Melbourne, ma ancora in piena funzione, si possono acquistare licenze annuali per ogni cabina.

Terza tappa: Great Ocean Road

Lascio Melbourne con la consapevolezza che potrebbe piacermi anche più di Sydney tirando le somme a fine viaggio. Molti colleghi me l’avevano indicata questa come una vera e propria rivelazione, fidarsi sempre dei consigli di un agente. La mia avventura continua su gomma, solcando una delle strade costiere più spettacolari del mondo. La mitica Great Ocean Road. Costruita dai soldati di ritorno dalla prima guerra mondiale tra il 1919 e il 1932 con l'intento di dedicarla ai soldati deceduti in guerra, la strada è il più grande monumento ai caduti del mondo. La si raggiunge in circa 90 minuti di auto da Melbourne e si estende per 400 km. È un viaggio nel viaggio alla scoperta della natura, tra foresta pluviale, cascate, felci, villaggi e spiagge da sogno quasi deserte. Con un po' di fortuna potrete avvistare le balene nell'oceano, mentre a terra incontrerete i koala e i canguri nel loro habitat naturale.


Ogni porzione di questa strada panoramica offre una peculiarità. Se amate il surf, fermatevi ad affrontare le altissime onde di Bells Beach, se volete rilassarvi in una spiaggia più tranquilla, il vostro stop è Lorne. Per assaggiare dell’ottimo pescato e fare una passeggiata Apollo Bay vi aspetta. E se vi piace la storia, fatevi raccontare da una guida locale gli storici e tragici eventi svoltisi sulla Shipwreck Coast, Nomen omen. Il culmine della Great Ocean Road nonché uno dei simboli di tutta l’Australia ha un nome altisonante. Si tratta dei Dodici Apostoli. Maestosi faraglioni calcarei che si ergono al largo della costa del Mare Antartico. La parola mozzafiato si è manifestata concretamente al loro cospetto. Il soprannome, prettamente turistico, è in realtà impreciso perché attualmente le formazioni sono otto, anche se si scorgono diverse formazioni rocciose sotto il pelo dell'acqua. Fino al 3 luglio 2005 i faraglioni erano nove, ma improvvisamente un monolite crollò nelle acque oceaniche in meno di un minuto, sotto gli occhi dei turisti increduli.

Quarta tappa: Uluru

Volo alla volta del Centro Rosso, direzione Territori del Nord, caldi e desertici. Destinazione Ayers Rock, in inglese, Uluru per gli aborigeni. Premessa fondamentale: lasciate le scarpe bianche in valigia. La terra rossa – altro che campi da tennis - sarà la vostra costante compagna di avventure, seconda solo allo stupore.


Uluru non è un solo monolite, ma è formato da altre due montagne: Kata Tjuta e il Monte Conner. Kata Tjuta, letteralmente “molte teste”, conosciuto anche come Monte Olga, si trova a poca distanza da Uluru (25 km) e si estende per oltre 21 km quadrati. Il monolite che domina l’area misura 380 metri di altezza, ma ben 7 chilometri sono sotto la superficie terrestre, in pratica è visibile solo un ventesimo della roccia. Un gigantesco iceberg fatto di minerali tra cui principalmente ferro. La sua colorazione rossa è, infatti, dovuta all’ossidazione e muta dall’ocra, al bronzo, al viola, in funzione dell’ora del giorno e della stagione. Motivo per cui non ci si stanca mai di guardarlo e di fotografarlo.

Il ruolo che la roccia ha nella mitologia delle popolazioni del luogo rende Uluru un luogo pieno di fascino. La maggior parte dei miti non vengono rivelati ai non-aborigeni, inoltre, solo alcune parti del monolite possono essere fotografate dai turisti, altre sono severamente vietate perché sono considerate sacre.


Secondo una leggenda aborigena, Tatji, la Lucertola Rossa, che abitava nelle pianure, giunse a Uluru, lanciò il suo kali (boomerang) che si piantò nella roccia. Tatji scavò la terra per cercarlo, lasciando numerosi fori sulla superficie della roccia, tuttora visibili. Tatji morì in una caverna senza mai trovare il suo kali, i grossi macigni che vi si trovano oggi sono i resti del suo corpo. Un altro mito riguarda due fratelli Bellbird (uccelli) che cacciavano un emù. L’emù fuggì verso Uluru e due uomini lucertola dalla lingua blu, Mita e Lungkata, lo uccisero e lo macellarono. Alcuni grossi macigni nei pressi di Uluru sarebbero pezzi della carne dell’emù. Quando i fratelli Bellbird giunsero sul posto, gli uomini lucertola diedero loro un misero pezzetto di carne, sostenendo che non c’era altro. Per vendetta, i fratelli diedero fuoco al riparo degli uomini lucertola. Questi cercarono di fuggire scalando le pareti della roccia, ma scivolarono e arsero vivi. Questa storia spiega i licheni grigi sulla superficie della roccia nella zona dove si sarebbe tenuto il pasto e due macigni semi-sepolti. Queste storie sono rappresentate dai dipinti rupestri lungo la superficie di Uluru. Risalgono a migliaia di anni fa, ma secondo la tradizione aborigena, sono frequentemente rinnovati.


Le popolazioni aborigene hanno richiesto più volte che i turisti non scalassero il massiccio perché luogo sacro. Ma solo dopo alcuni incidenti mortali, il Governo australiano ha deciso recentemente e definitivamente di vietarne la risalita.


Ci sono decine di esperienze che si possono vivere in questo luogo remoto, ne ho scelte due che mi hanno fatto letteralmente sognare.


Sounds of Silence.

Nel tardo pomeriggio si parte dal proprio hotel (ve ne sono pochissimi, essenziali e tutti in una zona circoscritta nel mezzo del deserto), si inizia con aperitivo a base di vino e canapé serviti su una piattaforma panoramica che domina l'Uluru-Kata Tjuta National Park. Sorseggiare ammirando le sfumature che la roccia assume dal tramonto al crepuscolo è un attimo che nessuna foto potrà rendere esattamente, ma i ricordi di quei momenti saranno incancellabili. Si procede con una cena BBQ molto rustica condividendo il pasto in lunghe tavolate conviviali. Il menu è ispirato al bush tucker australiano tradizionale e include carni di coccodrillo, canguro, barramundi e quandong. Dopo cena, la guida svela i misteri del cielo australe. Il manto stellato del deserto è uno spettacolo incredibile, milioni di stelle si accendono nel cielo dell'outback e pare poterle contarle tutte per la loro nitidezza.


Field of Light.

Ad Ayers Rock si dorme poco, ma non ne hai voglia tale è la smania di godersi questo luogo ameno e strabiliante. C’è spazio anche per l’arte dell’uomo, oltre che quella firmata da Madre Natura. Sveglia alle 4. Ecco la scena che visualizzano i miei occhi increduli: più di 50.000 steli a energia solare, coronati da sfere di vetro smerigliato, colori in continua mutazione che illuminano il cielo buio. La magia prosegue per tutta la notte fino all’alba dandoti l'impressione di trovarti in un giardino fiorito nel bel mezzo dell'outback. Perfettamente inserita nel contesto, si tratta di una versione dell'opera itinerante dell'artista Bruce Munro, Field of Light. L’aurora rivelerà che il campo in fiore si trovava esattamente ai piedi di Uluru che emerge suggestivo e imponente dal buio della notte. La sensazione che ho provato ha nella commozione la sua espressione più reale. L’opera ha riscosso un successo tale che continua ad essere prorogata la sua rimozione. Garantita ancora per il 2021.


Il mio viaggio esperienziale nel Centro Rosso lo ha tramutato nel mio personalissimo vocabolario in Centro Spirituale. Ad Uluru tutto trasuda di misticismo.

Quinta tappa: Sydney

Dulcis in fundo eccomi a Sydney. Un po’ per suspense e un po’ per scelta operativa, la mia ultima visita è proprio la città australiana più famosa. Il mio itinerario è stato carico di immagini ed emozioni indelebili e Sydney non può e non deve deludermi. Spoiler: non lo farà. Ho vissuto e studiato a Londra e amo particolarmente l’impostazione urbana e civile delle realtà anglo-sassoni. Appena ho messo piede in questa baia ho azzardato una definizione in cui ancora credo: Sydney è come una Londra sul mare. Le strade del centro, le insegne dei pub, gli abitanti e il loro lifestyle mi ricordano un po’ la City, salvo girare l’angolo ed essere rapiti dall’Opera House che domina il golfo. A Sydney ci sono poche auto e tante barche perché i suoi ‘sfortunatissimi’ abitanti preferiscono vivere la città dal mare e scappare nelle ville panoramiche che possiedono appena fuori l’area urbana. Freshwater beach, Manly beach e la rinomata Bondi Beach non sono solo alcune delle lunghissime spiagge vicine frequentate da surfisti, ma anche deliziosi paesini costellati di ottimi ristoranti e villette vista oceano. Il surf è nel DNA degli abitanti del posto e non a caso qui sono nate le caldissime calzature di montone, Ugg. Ideate dal surfista Shane Stedman per mantenere caldi i piedi dopo aver fatto surf nelle fredde acque oceaniche australiane. Bondi Beach mi ha ricordato la Venice Beach losangelina, anche se ho preferito Manly, più autentica e meno turistica. Tornando al centro di Sydney ciò che ti attira come una calamita è il panorama dell’Opera House, un’architettura che ho cercato di vedere da tutte le angolazioni possibili. Dal mare con un giro in battello, dai giardini in collina, da vicino passeggiandoci intorno e dalla mia camera, Opera House View. Il più noto centro abitato d’Australia non si riduce solo a questo scenario, naturalmente. Dall’altra parte della baia, a Darling Harbour, ai piedi di una colorata ruota panoramica, si affacciano graziosissimi ristoranti e bar che rendono l’insenatura perfetta per una serata fuori. The Rocks, centro storico della città che si sviluppa quasi in posizione nascosta rispetto alle grandi architetture futuristiche, è una tappa da non perdere.Qui è nata la città. Vi si stabilirono i primi insediamenti dei coloni europei e si possono ancora ammirare vecchi palazzi in pietra, oggi ben restaurati, e dimore antichissime. Un patrimonio storico che rischiava di andare perduto: all’inizio del 1900 l’epidemia di peste indusse le autorità a demolire alcune case infestate dai topi e negli anni ’20 molti edifici furono abbattuti per fare spazio all’Harbour Bridge. Negli anni ’70 l’opposizione dei cittadini ha permesso di salvare i pochi edifici rimasti, che le autorità volevano sostituire con palazzine moderne. Le costruzioni storiche dell’area sono diventate la fortuna di The Rocks, ristrutturate e convertite in musei, locali, pub, negozi. Sopravvissuto anche il più antico pub del posto datato 1841, The Lord Nelson Brewery Hotel, ospitato in un ex fabbrica. Vale la pena cenarvi. Non è stata la mia esperienza culinaria più entusiasmante, ma l’atmosfera vintage merita la visita.

Saluto la città citando Herb Caen: un giorno, se andrò in Paradiso, mi guarderò intorno e dirò: “Non male, ma non è Sidney”.


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