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Marocco e Mauritania on the road

Aggiornamento: 26 ott 2020

Non ricordo di preciso che giorno fosse ma so con certezza che era Giugno, uno di quei soliti giorni pieni di preventivi estivi da fare, la contabilità, voucher da consegnare e telefono che suona in continuazione. Insomma... tutti programmano le vacanze tranne te.

Arriva Fabrizio, cliente di vecchia data che nel corso degli anni é diventato anche amico.

E di solito i motivi per cui entra in agenzia sono due.

Fare i biglietti per andare a vedere il suo amato Toro o fare i biglietti del traghetto per tornare nel suo deserto.


Fabrizio Rovella é infatti definito "L'uomo del Sahara", viaggia nel deserto da oltre 25 anni e con la sua agenzia locale, Saharamonamour (a Tamanrasset in Algeria la prima e a Chinguetti in Mauritania la seconda), si occupa di farlo scoprire anche al resto del mondo.

In questo caso é venuto a prenotare il traghetto, perché ad ottobre, con l'arrivo dell'inverno, tornerà in Mauritania ad attendere i clienti.

E come sempre negli ultimi anni mi chiede "Perchè non vieni anche tu?".


Il primo pensiero é "Ma non scherziamo!".

Io, definita dai giornali di settore 'La signora della Gran Bretagna', che odio il caldo, il sole, il pensiero di dormire in tenda... Nel deserto?

E poi so appena dove é collocata la Mauritania. Tutto quello che conosco di quel Paese é in un opuscolo preso in fiera 3 anni prima.

Eppure... Eppure qualcosa in quel momento mi scatta dentro.

"Ma sai che ti dico? Ok, parto con te!"

E senza pensarci emetto il biglietto.


Passo il tempo, da giugno a ottobre, a pentirmi della mia decisione.

Perché più cerco di informarmi e più scopro cose che non son certa di poter sopportare.

La presenza di scorpioni per esempio. E di serpenti, uromastici, scarabei e topi delle piramidi.

La mancanza di bagno e doccia abbinata al caldo del Sahara.

E poi come me li lavo i capelli?

E il cibo come sarà?

Ci sarà acqua a sufficienza?

E mentre sono impegnata a preoccuparmi arriva il giorno della partenza.

Partiamo da Torino di mattina presto, direzione Genova, dove ci imbarcheremo sul traghetto che farà una tappa a Barcellona prima di arrivare a Tangeri. E poi da li proseguiremo in 4x4 fino al deserto.

Ci aspettano circa 50 ore di navigazione, quindi mi aspettano grandi dormite, letture e relax.

Sul traghetto abbiamo il piacere di incontrare Pinuccio e Doni. Loro sono I VIAGGIATORI per eccellenza. Dal 1983 girano il mondo con ogni mezzo possibile, e in questa occasione, con la loro moto, si apprestano ad attraversare Marocco, Mauritania, Senegal, Gambia, Mali, Burkina Faso, Ghana e Costa d'Avorio. E visti in questa prospettiva, i 5000 km che dobbiamo fare noi sembrano una scampagnata della domenica...

Durante il viaggio abbiamo modo di chiacchierare un pò e quando sbarchiamo a Tangeri, magicamente in anticipo rispetto alla tabella di marcia, è quasi naturale dirci... "Ceniamo insieme?".

E perchè no?

E visto che siamo in anticipo, che ne dite di arrivare fino a Chefchaouen? In fondo allunghiamo solo di qualche chilometro...

Quindi via, passiamo la dogana e ci avviamo verso la Perla Blu del Marocco.

Quando arriviamo troviamo per caso una stanza quadrupla all'hotel Madrid. E dico per caso perchè la città è davvero sovraffollata. Gruppi di turisti spagnoli invadono ogni angolo. Ma la città è davvero una Perla e capiamo perchè dicono che non si possa andare in Marocco senza passare di qui.

Si dice che le case abbiano questo colore per tenere lontani gli insetti, o per rinfrescare le abitazioni, o ancora per ricordare il mare o il cielo. Nessuna di queste teorie trova fondamento, tuttavia il colpo d'occhio, passeggiando per le viuzze della Medina, è davvero suggestivo.

Concludiamo la giornata con una cena in terrazza al tramonto. E poi a nanna. Domani ci aspetta una lunga giornata.



Il giorno dopo la sveglia suona prima dell'alba. Colazione con specialità locali e salutiamo Pinuccio e Doni. Le nostre strade si divideranno. Io e Fabrizio risaliamo in macchina e si parte che è ancora buio.

La giornata è fatta di 600 chilometri di asfalto e orizzonte. Incontriamo poche persone, ma tanti asini, cicogne, fenicotteri rosa e aironi.

E poi saline, terra rossa, architetture moderne e paesi abbandonati, tra pioggia, sole, nuvole e ancora pioggia.

Ma quando arriviamo a Marrakech ci accolgono il caos e il caldo.

Il Riad Ecila, in cui dormiremo è una piccola oasi di pace in mezzo alla Medina.

La fontana al centro gorgoglia mentre ci viene servito un te di benvenuto.

Relax finalmente.

Prendiamo possesso delle stanze e penso che buttarmi sotto una doccia rigenerante non mi è mai sembrato così bello.

Scambiamo due chiacchiere con Mathieu, il proprietario del riad, gli chiedo consiglio su dove acquistare dell'olio di argan e me lo fa recapitare li in pochi minuti.

Per cena ci porta in un ristorantino locale, non di quelli turistici, e infatti di europei ci siamo solo noi.

Finalmente posso assaporare la mia amata Tanjia, da non confondere con il Tajine.

Si tratta di un piatto semplice ma emblematico per la città di Marrakech.

E un piatto cucinato eslusivamente dagli uomini. La cottura è tutto un poema. Bisogna portare la giara di terracotta al “farnatchi“, il forno a legna che scalda gli Hammam tradizionali, presenti in ogni quartiere della medina. Dovrà cuocere per ore ed ore (in base a quanti kg di carne sono presenti) sotto la cenere calda, mai a contatto del fuoco vivo.

Ovviamente il tutto è legato a una leggenda... che vi racconteremo se venite con noi a Marrakech!

Dopo cena passeggiamo fino alla Koutoubia, passando per la piazza Jemaa el Fna, inconfondibile con i suoi odori, rumori e colori.

Infine torniamo verso il Riad, dove passando davanti a un bellissimo portone rimango incantata.

All'interno c'è un paradiso di artigianato locale, non di classici oggetti fatti in serie per i turisti, e io ne vengo attratta come una falena dalla luce.

Saluto Fabrizio e Mathieu perchè la curiosità vince sulla stanchezza e io devo assolutamente entrare.

Da una stanza laterale arriva un "As-Salaam Alaikum". Rispondo "Wa Alaikum As-Salaam".

E faccio la conoscenza di Rachid, il proprietario. Mi invita ad accomodarmi come se fossi a casa mia e io inizio ad esplorare. Osservo ogni singolo pezzo, lui me ne racconta la storia. Entrano altre due turiste straniere. E lui mette su il te e ce lo serve.

Ci racconta della città, della Madrasa, della cultura marocchina, delle tradizioni. Porta libri. Versa altro te.

Parla dell'importanza delle connessioni interpersonali. E mi dice che sapeva che sarei arrivata, perchè avevo bisogno di arrivare li. Perchè questo viaggio mi porterà qualcosa.

(Se seguirete il racconto fino alla fine scoprirete quanto aveva ragione...)

Mi regala una mano di Fatima, e me la aggancia al braccialetto.

"Shukran" gli dico io.

"A'Fwan" risponde lui.

Ci stringiamo la mano e me ne torno in riad.



Altri 600 chilometri oggi.

Quando siamo partiti Marrakech era stranamente deserta e silenziosa.

Siamo scivolati lungo le sue strade e ci siamo diretti a sud.

Profondo sud.

Volevamo arrivare a Tarfaya ma sarebbero state altre 3 ore di viaggio rispetto a Tan Tan, dove ci siamo fermati per la notte, e abbiamo abbandonato l'idea.

Dopo Agadir il paesaggio ha iniziato a cambiare.

Le città sono sempre più distanti tra loro. Si passa tra gole affascinanti e pianure immense.

Terra rossa e cielo azzurro.

Le foto non rendono, bisogna vederlo per capire.

Ma c'é un momento preciso in cui ho sorriso felice, ed è stato quando la terra è diventata sabbia.

Il deserto inizia a farsi strada e noi siamo sempre più vicini alla mancanza di orizzonte.

Un cartello ci avvisa che mancano 833 chilometri a Dakhla, la nostra prossima tappa.

Decidiamo di fermarci prima del punto di non ritorno.

Troviamo un appartamento a due passi dal mare per pochi euro.

E mentre l'oceano scatena la sua potenza davanti a noi, facciamo cena vista spiaggia deserta e poi dritti a nanna.



Lasciamo Tan Tan Plage alle 6.30 del mattino.

Senza nemmeno fare colazione.

Senza nemmeno un caffè.

E abbiamo davanti a noi oltre 800 km da affrontare, il che si può anche leggere come 11 ore di auto.

Carichiamo a bordo acqua, integratori, patatine e biscotti e facciamo una sosta ogni 200 chilometri per distendere i muscoli e andare in bagno.

Provare a cercare un caffè o un te alla menta, che qui servono con lo zucchero in blocchi da un chilo...

Scendiamo sempre più a sud e iniziamo a scorgere l'abbraccio tra deserto e oceano.

L'orizzonte pian piano sparisce.

Davanti a noi solo sabbia e dromedari.

Il vento tra i capelli inizia a diventare caldo, in lontananza modella le dune.

E gonfia le vele dei kite surfers di Dakhla.

Anche oggi abbiamo viaggiato dall'alba al tramonto. E anche oggi ci premiamo con una cena vista mare.



Sveglia alle 6.

Alle 6.30 Fabrizio accende il motore mentre io ancora cerco di ricordarmi come mi chiamo.

Alle 7.30 siamo al Tropico del Cancro.

Scendiamo dall'auto e nel silenzio totale ammiriamo il sole sorgere.

Poi nuovamente a bordo verso il confine del Marocco, che oggi saluteremo.

Alle 10 ci fermiamo a fare colazione in una stazione di servizio con caffè, pane e omelette.

Verso mezzogiorno siamo al confine.

La frontiera marocchina in uscita passa piuttosto in fretta.

E poi eccoci li, nella Terra di Nessuno.

Letteralmente...

Sulla mappa é segnata come No Man's Land.

Non più Marocco, non ancora Mauritania.

Una striscia di 3 chilometri di deserto, niente asfalto, solo auto abbandonate e rifiuti.

E una storia impressionante che potete trovare cercando online.

E poi si arriva alla frontiera Mauritana, che per me che non ci ho mai avuto a che fare é un'esperienza mistica.

La temperatura si aggira intorno ai 43 gradi (a fine ottobre).

Fabrizio ne é felice ma io ho le visioni...

C'é un solo computer attivo e decine di persone in attesa.

Per fortuna grazie alle nostre conoscenze ci sbrighiamo abbastanza in fretta.

Nell'attesa di lasciare le impronte digitali mi fanno cenno di attendere in sala di attesa... dove non ci sono sedie ma materassi... cosí mentre gli uomini fanno la fila, noi donne possiamo riposare.

Indosso un vestito in cotone, lungo alle caviglie, accollato. In testa ho una sciarpa, per ripararmi dal sole.

Loro indossano i loro coloratissimi vestiti tradizionali.

Ho le braccia scoperte e loro iniziano a indicare i miei tatuaggi.

Le loro mani sono coperte di disegni all'henna ma i miei sono diversi.

Li commentano.

Una ragazza mi si avvicina sorridendo e mi spiega in francese i loro commenti.

Arriva il mio turno. Impronte. Foto. Visto emesso.

Si va.

Potete vedere la mia faccia felice poco piú in basso.

Pochi chilometri dopo incrociamo i binari del Sahara Express, come viene chiamato l'unico treno che circola sull'unica ferrovia qui presente.

È il più lungo al mondo.

Anche questa storia potete cercarla su google nel caso.

E poi via... il nulla tutto intorno.

Il nulla vero.

Solo sabbia ovunque, con tutte le sfumature possibili.

Ha piovuto di recente, in alcuni punti l'acqua non è ancora completamente assorbita, ci sono pozze in cui troviano diversi tipi di uccelli.

E poi piante fiorite (ci potete credere? Il deserto fiorito).

Lo spettacolo è straordinario...

Ma dopo 12 ore di viaggio iniziamo ad accusare il colpo...

Due alternative a questo punto:

- fermarsi e montare la tenda in qualsiasi punto

- arrivare alla capitale, unica cittá lungo la via e trovare un hotel

Abbiamo bisogno di cibo... e una doccia...

Quindi ci spingiamo fino in città...

Veniamo premiati da frullati di frutta, una magnifica insalata con pollo caramellato al miele e sesamo, pollo allo zenzero, bistecca di zebù e patate arrosto.

E infine meritato riposo.



Partiamo al mattino presto, intorno alle 8.30, in direzione Akjoujt, una piccola cittadina a circa 4 ore da noi. Qui abbiamo appuntamento con una persona.

Arriviamo intorno all'ora di pranzo e veniamo accolti da Dahi e dal suo sorriso.

Lui sarà la nostra guida nel deserto, il nostro cuoco, aiutante, tuttofare, collabora con Fabrizio da parecchio e ha voluto esserci per farmi scoprire la sua terra e mostrarmi cosa possono offrire a livello di servizi con le loro agenzie.

Decidiamo di fermarci a mangiare in un ristorantino prima di ripartire.

Ed è qui che mi imbatto per la prima volta negli usi e costumi locali.

Il ristorante non ha tavoli e sedie, ci si siede in terra, su delle natte, circondati da materassini e cuscini, arriva il cameriere che mette in terra un telo e ci porta il nostro piatto.

Parlo al singolare perché in effetti il piatto è uno.

Si mangia tutti insieme, con la mano destra, dallo stesso piatto.

Questo permette subito di sciogliere il ghiaccio e socializzare.

Ma soprattutto, mi spiegano, insegna a rispettare gli altri, perché quando arriverai al centro del piatto se vorrai andare oltre inizierai a prendere il loro cibo. Tuttavia il centro del piatto non lo toccherai mai... perché sono talmente ospitali che continueranno a spingere il cibo verso di te... sempre.

Finiamo di mangiare, ci laviamo le mani, ripartiamo.

Dopo pochi chilometri di asfalto Fabrizio mi guarda e mi dice... Sei pronta? E io subito non capisco... Pronta a cosa? gli chiedo?

Lui gira il volante a destra e via... da questo momento sono nel deserto!

Solo che... il primo impatto è un pò diverso da come me lo immaginavo... perché uno il deserto se lo aspetta arido e secco... e invece davanti a noi c'è erba verdissima, pascoli a tratti, con caprette che corrono come sulle alpi svizzere. E' bastata un pò di pioggia nei giorni scorsi perché il deserto tornasse a vivere.

Pochi chilometri dopo incontriamo il primo villaggio di nomadi. Sembra assolutamente deserto ma ad un tratto vediamo 4 donne venirci incontro, con i loro vestiti coloratissimi. Ci fanno cenno di fermarci e ci invitano a prendere il the.

Il mio primo "autogrill sahariano".

Entro nella loro casa, togliendomi le scarpe, mi siedo per terra, sorrido e attendo che il rito si compia.

Di vero e proprio rito si tratta, dura circa un'ora il tutto, durante il quale il the viene servito dall'alto e passato da un bicchierino all'altro e poi di nuovo nella teiera e così via, per creare una morbida schiuma.

Ne vengono serviti 3 bicchierini a testa.

Il primo amaro come la vita.

Il secondo dolce come l'amore.

Il terzo forte come la morte.

Il mio rito però prevede anche altro. E' qui infatti che una delle donne mi fa cenno di alzarmi da terra, e mi veste con uno dei suoi veli. Un regalo graditissimo che mi fa sentire ancora più accolta.

Salutiamo e ripartiamo, la nostra destinazione non è distante.

Per stanotte dormiamo sotto le dune dell'Amatlich.

Fabrizio e Dahi scaricano la macchina, io mi guardo intorno spaesata e inizio a fare i conti con me stessa.

Io che non faccio nemmeno campeggio stanotte mi troverò a dormire in mezzo al nulla, senza nulla. Non c'è il bagno, non parliamo della doccia, non c'è il letto e nemmeno 4 mura. Per la prima volta mi rendo conto che forse sono impreparata a tutto questo. Specialmente quando capisco che non avrò nemmeno una tenda a ripararmi, dormirò tra sabbia e stelle...

Loro però sono sereni, Dahi prepara il the e poi un fantastico tajine di cammello e verdure.

Il sole cala, mangiamo alla luce delle torce, e subito dopo arrivano 4 donne dal villaggio, ci preparano il the. Mi chiedono se voglio l'henné, e li nella notte, nel deserto, mi decorano le mani per la prima volta. E poi cantiamo e balliamo, mi mostrano oggetti di artigianato, mi pettinano e stiamo li a chiacchierare fino a tardi.

Infine prendono le loro cose e ripartono nella notte. Noi prepariamo i "letti", a circa 2 metri uno dall'altro, e buonanotte.

Ma buonanotte che?

Io inizio a pensare agli scorpioni, gli scarabei, le locuste, i serpenti. Quindi mi metto calze e scarpe, e mi avvolgo nel velo tipo mummia, lasciando fuori solo gli occhi. Mi sdraio. A pancia in su.

Ed è allora che inizio a vedere intorno.

Il silenzio è totale. Credo di non averlo mai sentito così. E tutto intorno quello che si vede è illuminato solo dalla luna, che è crescente e bella e forte.

E' uno spettacolo meraviglioso, non posso dormire, devo guardare e ammirare.

Mi alzo e inizio a vagare nel deserto di notte... e passa la paura, passa l'ansia, e finalmente arriva il sonno. Torno al mio bivacco, mi sdraio e alla fine l'unica cosa che mi tiene sveglia sono le mosche...

La mia prima notte finisco a dormire in macchina.



La mattina dopo il sole ci sveglia all'alba. Una breve colazione e si riparte. Lungo la strada ci fermiamo più volte perchè quello che vediamo per terra è incredibile. La pioggia infatti ha portato allo scoperto oggetti di vite passate, troviamo delle macine, dei vasi, dei pezzi di vasellame vario. Non sappiamo a quanto tempo fa risalgano, ma sono pezzi di vita sahariana che hanno dell'incredibile.

Poco dopo incontriamo una carovana di cammellieri, ci permettono di fare delle foto prima di ripartire.

E poi ancora un'oasi, piena di fiori meravigliosi.

E' l'ora di pranzo quando arriviamo a Camp Erch, da Riccardo Yahya e la sua bellissima famiglia.

Riccardo è italiano, un passato da viaggiatore, fino a che non ha incontrato gli occhi di Fatimatou.

Per amore ha deciso di trasferirsi qui, ha fatto due bellissime e dolcissime bambine, ne ha un terzo in arrivo, e ha creato questa meravigliosa oasi di sorrisi e accoglienza per chi ha bisogno di fermarsi lungo la strada.

Qui ci preparano il the, in attesa della pasta con sughetto meraviglioso di patate e capretto. E poi un sonnellino all'ombra, cullati dal vento. Al risveglio decido di farmi una doccia prima di mettermi abiti puliti.

Mi siedo su una pietra, prendo l'acqua dal secchio con una ciotola e me la verso addosso. E' fredda. Mi insapono. Mi sciacquo con la stessa tecnica. Mi asciugo e mi metto un vestito di cotone. E sopra il velo, che nel frattempo è diventato per me una coperta di Linus. Mi copre dal sole, dal vento, dagli insetti, dalla sabbia, e mantiene il mio corpo alla giusta temperatura, di giorno e di notte.

Cala il sole, tempo di fare cena, con un meraviglioso cous cous con le verdure.

Nel frattempo inizia ad arrivare gente.

Un'anziana inizia a cantarci storie che vengono tramandate oralmente da anni, ne prendiamo nota, cercando di tradurle nel migliore dei modi.

E poi si inizia a suonare, cantare, ballare.

Infine mi viene fatto l'hennè ai piedi e arriva nuovamente l'ora di andare a dormire. Tutti sotto le stelle, ognuno al suo posto. Stavolta non faccio fatica. Mi sento circondata da una "famiglia", le bambine dormono serene e se lo sono loro perché non dovrei esserlo io?



Il mattino dopo il risveglio è una festa. Riccardo e le bimbe portano il pane caldo, noi sfoderiamo formaggini e nutella, Dahi prepara il caffè espresso. E a pancia piena si riparte in direzione Chinguetti.

Dove però non siamo mai arrivati.

Lungo la strada infatti troviamo un altro "autogrill" del deserto. Una famiglia ci invita a prendere il the nella loro Khaima (la tenda).

E poi è ora di pranzo, che fai non ti fermi a pranzo?

E poi non lo fai un pisolino?

E infine ci dicono che quella sera si sarebbe celebrato un matrimonio... e certo, se dovete andare a Chinguetti andate... ma se volete restare siete invitati.

Io e Fabrizio ci guardiamo, scambiamo due parole. Chinguetti è una città, sarà li anche la prossima volta. Ma un matrimonio nel deserto... a quanti può capitare di essere invitati?

Quindi attendiamo il tramonto, il mio henné viene rinnovato e migliorato in occasione della grande festa che si terrà quella sera.

Cala la sera e facciamo cena, e dopo cena, al buio, ci avviamo nel deserto per qualche centinaio di metri per raggiungere la cerimonia.

Foto e filmati al buio non sono venuti molto bene ma vi assicuro che è stata un'esperienza incredibile.

Dall'essere ammessa alla tenda delle donne per assistere alla preparazione della sposa, all'arrivo dello sposo tra canti e urla, la lettura del corano, il banchetto e poi le musiche, i canti e i balli che sono andati avanti fino a tardi.

E il privilegio di poter cullare i loro neonati.

I bambini più grandi intanto si avvicinano incuriositi.

Alcuni mi chiedono dei miei tatuaggi, altri mi chiedono di vedere le foto sul mio telefonino, dei viaggi che ho fatto, e ridono di quello che sembra troppo lontano dalla loro realtà.

E tutti sono stupiti da questa presenza e allo stesso tempo divertiti.

E' notte quando torniamo alla nostra khaima e ci mettiamo a dormire.



Il giorno dopo la mia trasformazione è completa.

Cammino a piedi nudi, senza preoccuparmi di cosa potrei trovare. Mi muovo a mio agio tra le capre e i cammelli. Ho imparato a mettermi da sola il velo. Rispondo in arabo ai saluti.

Quando arriva il momento di andarsene è come salutare dei parenti. Abbracci e strette di mano. E ringraziamenti per la straordinaria accoglienza. L'anziano mi regala dei datteri, tanti, tantissimi datteri. Le donne mi danno dei bracciali. Io ricambio con quel che ho... delle saponette, qualche prodotto per l'igiene.

Ci si abbraccia.

Si torna verso la città. E poi verso l'aeroporto per il mio ritorno in Europa.

E torno per un attimo all'inizio di questo viaggio, prima della Mauritania, prima del Marocco.

Sul traghetto che mi portava a Tangeri si è parlato spesso di viaggi. Di quello che rappresentano per me. Dei ricordi che mi porto dietro ogni volta.

E come ogni volta mi sono ritrovata a dire le stesse cose... che non sono tanto i posti che ho visto ma le persone che ho incontrato a fare la differenza.

Perchè i sorrisi, gli occhi, le mani che stringi, sono quelle che rendono un viaggio indimenticabile.

E questo lo è stato certamente.

Il viaggio della vita oserei dire...

Ricordate cosa mi disse Rachid a Marrakech? Che quel viaggio mi avrebbe portato qualcosa... ed aveva ragione.

Oggi Dahi è mio marito!

Ma questa... è un'altra storia.



Se volete saperne di più su Fabrizio Rovella cliccate qui https://www.saharamonamour.com/ o qui https://www.uomodelsahara.com/


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